L'uomo usa la parola parlata o scritta per esprimere il significato di quello che egli vuole comunicare. Il suo linguaggio è pieno di simboli, ma egli spesso fa uso anche di segni o di immagini che non sono descrittivi in senso stretto. Alcuni sono semplici abbreviazioni o successioni di iniziali, come ONU, UNICEF, o UNESCO; altri sono familiari marchi di fabbrica, nomi di specialità medicinali, simboli o insegne. Sebbene siano in se stessi privi di significato, essi hanno acquistato unsignificato riconoscibile attraverso l'uso comune o per un intento convenzionale.
Tutti questi non sono simboli. Essi sono segni e non hanno altro compito che quello di denotare gli oggetti a cui sono riferiti. Ciò che noi chiamiamo simbolo è un termine, un nome, o anche una rappresentazione che può essere familiare nella vita di tutti i giorni e che tuttavia, possiede connotati specifici oltre al suo significato ovvio e convenzionale. Esso implica qualcosa di vago, di sconosciuto o di inaccessibile per noi. Per esempio,
molti monumenti cretesi sono contraddistinti dal disegno della doppia ascia. Si tratta di un oggetto che ci è familiare ma di cui non conosciamo le implicazioni simboliche. Per fare un altro esempio, prendiamo il caso di quell'indiano che, dopo aver visitato l'Inghilterra, tornato in patria raccontò ai suoi
amici che gli Inglesi venerano gli animali dal momento che egli aveva trovato aquile, leoni e buoi nelle vecchie chiese che aveva visitato. Egli non sapeva, né lo sanno molti cristiani, che questi animali simboleggiano gli Evangelisti e derivano dalla visione di Ezechiele e che questa, a sua volta, ha un'analogia con la divinità egiziana del sole, Horus, e i suoi quattro figli. Ci sono poi altri oggetti, come la ruota e la croce, che sono conosciuti in tutto il mondo e che tuttavia hanno un significato simbolico in certe particolari condizioni. Ciò che essi simboleggino di preciso è ancora materia di controversia.
Perciò una parola o un'immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato. Essa possiede un aspetto più ampio, «inconscio», che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato. Né si può sperare di definirlo o spiegarlo. Quando la mente esplora il simbolo, essa
viene portata a contatto con idee che stanno al di là delle capacità razionali. La ruota può condurre i nostri pensieri al concetto di un sole «divino», ma a questo punto la ragione deve ammettere la propria incompetenza: l'uomo è incapace di definire un essere «divino». Quando, con tutte le nostre limitazioni intellettuali, noi chiamiamo qualcosa «divino», non abbiamo fatto altro che attribuirgli un nome che al massimo può esser fondato sopra un credo, non su prove di fatto. Poiché ci sono innumerevoli cose che oltrepassano l'orizzonte della comprensione umana, noi ricorriamo costantemente all'uso di termini simbolici per rappresentare concetti che ci è impossibile definire o comprendere completamente. Questa è una delle ragioni per cui tutte le religioni impiegano un linguaggio simbolico o delle immagini. Tuttavia questo uso consapevole dei simboli è soltanto un aspetto di un fatto psicologico di grande importanza: anche l'uomo produce simboli inconsciamente e spontaneamente sotto forma di sogni.
Non è facile afferrare questo punto, ma è necessario arrivare a farlo se vogliamo conoscere qualcosa di più sul modo in cui opera la mente umana. Se riflettiamo un momento ci rendiamo subito conto che l'uomo non percepisce o comprende mai nulla completamente. Egli può vedere, udire, toccare e gustare, ma la capacità della sua vista e del suo udito, come pure ciò che gli viene rivelato dal tatto o dal gusto, tutto dipende dal numero e dalla qualità dei suoi sensi. Questi limitano la sua percezione del mondo che lo circonda. Usando strumenti scientifici egli può compensare in parte le deficienze dei propri sensi. Per esempio egli può estendere il suo campo visivo ricorrendo al binocolo o il suo campo uditivo attraverso l'amplificazione elettrica; tuttavia anche i più complessi apparati non possono far di più che trasportare oggetti distanti o di piccole dimensioni nel suo campo visivo o rendere più udibili suoni deboli. A prescindere dagli strumenti da lui usati, a un certo punto l'uomo raggiunge un limite di certezza al di là del quale la sua conoscenza non può procedere. Ci sono, poi, aspetti inconsci della nostra percezione della realtà. Il primo è costituito dal fatto che anche quando i nostri sensi reagiscono a fenomeni reali, a visioni, a suoni, essi vengono in qualche modo tradotti dal piano della realtà a quello della mente. Qui essi diventano eventi psichici la cui sostanziale natura è inconoscibile, in quanto la psiche non può conoscere la propria sostanza psichica. In tal modo ogni esperienza contiene un numero infinito di fattori sconosciuti, per non dire del fatto che ogni oggetto concreto è sempre sconosciuto sotto certi aspetti dal momento che non siamo in grado di conoscere la natura sostanziale della materia in sé.
Perciò esistono certi eventi che noi non abbiamo registrato consapevolmente: essi sono rimasti, per così dire, al di sotto della soglia della coscienza. Essi sono accaduti ma sono stati assorbiti subliminalmente senza la partecipazione della nostra conoscenza consapevole. Noi possiamo prender coscienza di questi avvenimenti solo in un momento di intuizione o tramite un processo profondo di pensiero che ci porti in un secondo momento alla consapevolezza del fatto che essi debbono essersi necessariamente realizzati. E benché si possa averne inizialmente ignorata l'importanza emotiva e vitale, essa riaffiora dall'inconscio come una specie di fenomeno riflesso.
Essa può apparire, ad esempio, sotto forma di un sogno. Di regola, l'aspetto inconscio di ogni evento si rivela a noi nei sogni, dove esso appare non come pensiero razionale ma sotto forma di immagine simbolica. Storicamente è stato lo studio dei sogni a porre gli psicologi in condizione di investigare l'aspetto inconscio degli eventi psichici manifestantisi al livello della coscienza. E' sulla base di questa evidenza che gli psicologi suppongono l'esistenza di una psiche inconscia, sebbene molti scienziati e filosofi neghino la sua esistenza. Essi argomentano ingenuamente che una posizione di questo tipo implica l'esistenza di due «soggetti», o, per dirla in linguaggio comune, di due personalità all'interno dello stesso individuo. Ma è proprio questa la sua precisa implicazione ed è una delle più drammatiche caratteristiche dell'uomo moderno il fatto che egli soffra di questa divisione della propria personalità. Non si tratta assolutamente di un sintomo patologico: è un fatto perfettamente normale che può essere osservato ovunque e in ogni tempo. Non accade solo al nevrotico che la propria mano destra non sappia che cosa fa la sinistra. Questa drammatica situazione è un sintomo
della condizione generale di incoscienza che costituisce l'innegabile eredità comune di tutto il genere umano.
L'uomo ha sviluppato la coscienza con lentezza e laboriosamente in un processo che condusse dopo numerosissimi secoli allo stadio della civiltà (che arbitrariamente viene fatta risalire all'invenzione della scrittura intorno al 4000 a.C.). Questa evoluzione è tutt'altro che completa dal momento che larghe zone
della mente umana sono ancora avvolte dall'oscurità. Ciò che noi chiamiamo «psiche» non corrisponde affatto alla coscienza e ai suoi contenuti. Chiunque neghi l'esistenza dell'inconscio suppone di fatto che la nostra attuale conoscenza della psiche sia totale. Questa opinione è altrettanto falsa quanto la supposizione che noi si conosca ormai tutto ciò che c'è da conoscere dell'universo naturale. La nostra psiche è parte della natura e i suoi enigmi sono infiniti. Ci è pertanto impossibile definire sia la psiche che la natura: noi possiamo dire solo ciò che esse sono per noi e descrivere, come meglio possiamo, il loro funzionamento.
Di conseguenza, a prescindere dall'evidenza accumulata dalla ricerca medica, sussistono notevoli fondamenti logici per respingere affermazioni come quelle secondo cui «l'inconscio non esiste». Coloro che fanno simili affermazioni denunciano un antiquato «misoneismo», cioè la paura del nuovo e dello sconosciuto.
Ci sono ragioni storiche che giustificano questa resistenza all'idea di una parte sconosciuta della psiche umana. La coscienza è una recentissima acquisizione della natura ed è tuttora nella sua fase «sperimentale». Essa è fragile, sottoposta alla minaccia di rischi specifici e facilmente danneggiabile. Come hanno osservato
gli antropologi, una delle più comuni forme di alienazione mentale che si manifesta fra i popoli primitivi è quella che essi chiamano «la perdita dell'anima»: ciò significa, come indica il nome, una notevole spaccatura (o, più tecnicamente, una dissociazione) della coscienza.
Fra questi popoli, in cui la coscienza si trova a un livello di sviluppo diverso dal nostro, l'«anima» (o psiche) non è concepita come un'unità. Molti primitivi sostengono che l'uomo possiede un'«anima della foresta» oltre alla propria e che quest'anima è incarnata in un animale selvaggio o in un albero, con i quali l'individuo umano ha una specie di identità psichica. Questo è il fenomeno che il celebre etnologo francese Lucien Lévy-Brühl ha definito «partecipazione mistica». Successivamente egli ha eliminato questo termine sotto la pressione di una critica avversa, ma ritengo che i suoi critici fossero in errore. E' risaputo che, dal punto di vista psicologico, l'individuo può possedere una identità inconscia di questo tipo con qualche altra persona od oggetto. Questa identità assume varie forme differenti tra i primitivi. Se l'anima della foresta è quella di un animale, questo viene considerato come una specie di fratello dell'uomo. L'uomo che sia fratello di un coccodrillo, per esempio, viene considerato immune dagli assalti dei coccodrilli quando nuota in un fiume. Se l'anima della foresta è un albero, si suppone che questo possegga una specie di autorità paterna sull'individuo in questione. In entrambi i casi un'offesa recata all'anima della foresta viene interpretata come un'offesa rivolta all'uomo. In alcune tribù si suppone che l'uomo possegga numerose anime; tale opinione esprime il sentimento di alcuni individui primitivi, secondo il quale ognuno di essi è composto di diverse unità fra loro collegate, ma singolarmente distinte. Ciò significa che la psiche dell'individuo è tutt'altro che una unità perfettamente sintetica; al contrario essa rischia di frantumarsi anche troppo facilmente sotto l'urto di emozioni violente. Mentre da una parte questa situazione ci è divenuta ormai familiare per gli studi antropologici, dall'altra non manca di esercitare tuttora il suo peso nella nostra avanzata civiltà, contro ogni supposizione. Anche noi possiamo subire una dissociazione e perdere la nostra identità. Possiamo esser posseduti e alterati dagli stati d'animo o diventare irragionevoli e incapaci di ricordare fatti importanti relativi a noi stessi o ad altre persone. A questo punto la gente ci domanda: «che diavolo stai combinando?» Spendiamo parole intorno all'autocontrollo, ma si tratta di una qualità rara ed eccezionale; possiamo pensare di tenerci sotto controllo e tuttavia un amico può dirci facilmente alcune cose sul nostro conto che noi non
conosciamo minimamente. Senza dubbio la coscienza umana non ha raggiunto, neppure a quello che noi
chiamiamo un alto livello di civiltà, un grado ragionevole di continuità. Essa è ancora vulnerabile e suscettibile di sgretolarsi. In effetti questa capacità di isolare singole parti della propria mente è una caratteristica notevole: essa ci mette in grado di concentrarci volta a volta su una singola cosa, escludendo qualunque altra cosa che possa attirare la nostra attenzione. Tuttavia c'è una profonda differenza fra l'atto di prendere consapevolmente la decisione di espungere e sopprimere temporaneamente una parte della nostra psiche e la condizione in cui ciò avviene spontaneamente, senza la partecipazione della nostra conoscenza e della nostra volontà e magari contro le nostre stesse intenzioni. Il primo è un prodotto della civiltà, la seconda è una «perdita dell'anima» al livello primitivo o la causa patologica di una nevrosi.
Perciò anche ai nostri giorni l'unità della coscienza è un fatto incerto: essa può essere spezzata anche troppo facilmente. La capacità di controllare le proprie emozioni, se è una qualità desiderabile da un certo punto di vista, dall'altro può rappresentare un risultato discutibile nella misura in cui viene a togliere ai rapporti sociali ogni varietà, colore, o calore umano. E' in questa prospettiva che noi dobbiamo riprendere in considerazione
l'importanza dei sogni, di queste fantasie inconsistenti, evasive, incerte e vaghe. Per spiegare il mio punto di vista descriverò il modo in cui esso si è venuto elaborando in me per un lungo arco di anni e in che modo sono stato portato a concludere che i sogni costituiscono la fonte più frequente e universalmente accessibile per lo studio della facoltà di simbolizzazione dell'uomo.
Sigmund Freud è stato il pioniere che per primo ha tentato di esplorare il fondo inconscio della coscienza. Egli si basava sul presupposto generale che i sogni non sono eventi casuali, ma fatti strettamente associati ai pensieri e ai problemi del conscio. Questa supposizione non era del tutto arbitraria ed era fondata sulle
conclusioni di eminenti neurologi (per esempio di Pierre Janet), secondo le quali i sintomi nevrotici sono collegati con qualche esperienza cosciente. Essi risultano essere aree distaccate della mente conscia che, in tempi e condizioni diverse, possono apparire nel conscio. Prima dell'inizio del secolo, Freud e Joseph Breuer erano arrivati alla conclusione che i sintomi nevrotici - l'isteria, certi tipi di sofferenza e comportamento anormale - sono effettivamente significativi dal punto di vista simbolico. Si tratta di un modo nel quale la mente inconscia riesce a esprimersi, così come può avvenire nei sogni, che sono altrettanto simbolici. Per esempio, un paziente che si trovi di fronte a una situazione intollerabile può manifestare uno spasmo ogni qualvolta cerca di deglutire: egli «non può mandarlo giù». In condizioni simili di tensione psicologica, un altro paziente ha un attacco di asma: egli «non può respirare l'atmosfera di casa». Un altro soffre di una particolare paralisi alle gambe: egli non può camminare, cioè «non ce la fa più ad andare avanti». Un altro ancora, che vomita quando mangia, «non può digerire» qualche fatto spiacevole. Potrei citare molti esempi di questo tipo, ma tali reazioni fisiche sono solo un modo attraverso il quale i problemi che ci travagliano inconsciamente possono trovare espressione. Più spesso essi si manifestano nei sogni. Qualunque psicologo che abbia ascoltato numerose descrizioni di sogni sa bene che i simboli onirici hanno una varietà di gran lunga superiore a quella dei sintomi fisici della nevrosi. Essi sono spesso costituiti da elaborate e pittoresche fantasie.
Ma se l'analista che si trova di fronte a questo materiale di sogni ricorre alla tecnica freudiana della «libera associazione», egli trova che i sogni possono essere conclusivamente ridotti a certi modelli fondamentali. Questa tecnica ha svolto un ruolo importante nello sviluppo della psicoanalisi, poiché permise a Freud di utilizzare i sogni come il punto di partenza da cui intraprendere l'esplorazione del problema inconscio espresso dal paziente. Freud fece la semplice ma penetrante osservazione che se colui che sogna viene incoraggiato a proseguire il suo racconto sulle immagini apparsegli in sogno e sui pensieri che queste suscitano nella sua mente, egli rivelerà esplicitamente la radice inconsapevole dei suoi disturbi, sia in ciò che dice sia in ciò che omette deliberatamente. Le sue idee possono apparire irrazionali e irrilevanti, ma in breve
diventa relativamente facile scoprire che cosa egli cerca di evitare e afferrare il pensiero o l'esperienza spiacevole che egli sopprime. Non importa il modo in cui egli cerca di camuffare tutto questo: qualunque cosa egli dica essa si riferisce alle ragioni profonde della sua condizione. Un medico è talmente abituato a cogliere gli aspetti più reconditi della vita che raramente non colpisce nel vero quando interpreta gli elementi che il paziente manifesta come segni di una coscienza turbata. Sfortunatamente ciò che egli arriva a scoprire conferma le sue previsioni. In questi termini nessuno può opporsi alla teoria freudiana della rimozione e limitarsi a considerare il simbolismo dei sogni come un effetto di appagamento. Freud attribuì una particolare importanza ai sogni, considerandoli come il punto di partenza di un processo di «libera associazione». Tuttavia, dopo un po' di tempo, cominciai a rendermi conto che questa era una utilizzazione erronea e inadeguata delle ricche fantasie che l'inconscio produce durante il sonno. Cominciai ad avere dei dubbi quando un collega mi disse di un'esperienza che egli aveva avuto durante un lungo viaggio in treno fatto in Russia. Benché egli non conoscesse la lingua e non sapesse neppure decifrare la scrittura cirillica, si trovò a fantasticare sulle strane lettere in cui erano scritti gli avvisi ferroviari e piombò in una "rêverie" durante la quale egli immaginava ogni sorta di significati.
Passando spontaneamente da un'idea all'altra, in questo stato d'animo rilassato, egli si accorse che questo tipo di «libera associazione» gli aveva ridestato molti vecchi ricordi. Fra questi egli trovò con disappunto alcuni avvenimenti da lungo tempo sepolti nella memoria: tutte cose che aveva voluto dimenticare e che di fatto aveva dimenticato "consciamente". Egli era arrivato a ciò che gli psicologi chiamano «complessi», cioè a temi emotivamente rimossi, che possono provocare continui disturbi psicologici e, in molti casi, persino i sintomi di una nevrosi. Questo episodio mi rivelò che non era necessario usare il sogno come punto di partenza del processo di «libera associazione» per scoprire i complessi di un paziente. Esso mi dimostrò che si può arrivare al centro partendo da qualsiasi punto della circonferenza. Si poteva partire da alcune lettere cirilliche, da meditazioni su una sfera di cristallo, una «ruota di preghiera» o un dipinto moderno o anche prendendo le mosse da una conversazione casuale su qualche banale avvenimento. In questo senso il sogno non era più utile di qualsiasi altro possibile punto di partenza. Tuttavia, i sogni hanno un significato particolare, sebbene nascano spesso da un turbamento emotivo in cui sono coinvolti anche i complessi abituali. (I complessi abituali sono i punti deboli della psiche che reagiscono nel modo più rapido a uno stimolo esterno o a un disturbo.) E' per questo motivo che la libera associazione può condurre dai sogni, qualunque essi siano, al segreto profondo dei pensieri.
A questo punto, tuttavia, riflettei che, se ero nel giusto, si poteva ragionevolmente dedurre che i sogni avessero qualche funzione speciale e più significativa. Molto spesso i sogni hanno una struttura definita, evidentemente intenzionale, che esprime un'idea recondita o un'intenzione, benché quest'ultima, di regola, non sia immediatamente comprensibile. Cominciai perciò a riflettere sull'opportunità di prestare una maggiore attenzione alla forma e al contenuto attuali del sogno, piuttosto che permettere alla «libera» associazione di sviarci, attraverso una catena di idee, verso i complessi che potevano essere facilmente raggiunti con altri mezzi.
Questa riflessione segnò un momento decisivo nello sviluppo della mia psicologia. Ciò significava che gradualmente io mi venivo distaccando dalle associazioni concatenate ritenendo che esse fuorviassero dal contesto del sogno. Io preferivo concentrarmi sul sogno piuttosto che sulle associazioni, ritenendo che il primo esprimesse qualcosa di specifico che l'inconscio tentava di manifestare. Cambiando la mia interpretazione dei sogni dovetti cambiare anche il metodo: la nuova tecnica da me elaborata poteva prendere in considerazione tutti i vari aspetti del sogno. Una storia narrata dalla mente conscia ha un suo inizio, uno sviluppo e una conclusione, mentre la stessa cosa non è vera per il sogno. Le sue dimensioni spaziali e temporali sono assai diverse: per comprenderlo dobbiamo esaminarlo in tutti i suoi aspetti, così come siamo indotti a fare con un oggetto sconosciuto che, una volta pervenuto nelle nostre mani, viene da noi girato e rigirato fino a che ogni suo minimo dettaglio non ci è divenuto familiare.
A questo punto risulterà probabilmente chiaro il modo in cui io venni progressivamente distaccandomi dalla «libera» associazione, nel senso che Freud le aveva inizialmente attribuito. Il mio scopo era quello di avvicinarmi quanto più possibile al sogno in sé escludendo tutte quelle idee e associazioni superflue che esso poteva evocare. Ciò poteva condurre ai complessi del paziente, ma il mio scopo mirava al di là della scoperta dei semplici complessi responsabili dei disturbi nevrotici. Ci sono molti altri metodi per identificarli: ad esempio lo psicologo può rinvenire tutti i sintomi di cui ha bisogno per mezzo dei test di associazione di parole (cioè chiedendo al paziente che cosa egli è portato ad associare a determinate serie di parole e studiando le sue risposte). Tuttavia, per arrivare a conoscere e comprendere il processo psichico che è proprio dell'intera personalità individuale, è importante rendersi conto che i sogni dell'individuo e le loro rispettive immagini simboliche possono avere una funzione molto più importante di quella loro abitualmente attribuita. Quasi tutti sanno, ad esempio, che l'atto sessuale può essere simboleggiato (o allegoricamente rappresentato) da una enorme varietà di immagini. Ciascuna di queste immagini può condurre, attraverso un processo associativo, all'idea del rapporto sessuale e ai complessi specifici che ciascun individuo può possedere nei riguardi dei propri atteggiamenti sessuali. Tuttavia è possibile che l'individuo possa mettere in evidenza tali complessi per mezzo di alcune riflessioni su un gruppo di lettere russe indecifrabili. Io fui perciò indotto a ritenere che il sogno può contenere qualche messaggio diverso da quelli dell'allegoria sessuale e che ciò possa avvenire per ben precise ragioni. Cerchiamo di illustrare questo punto. Un uomo può sognare di infilare la chiave in una serratura, di brandire un pesante bastone, o di abbattere una porta a colpi di ariete. Ciascuna di queste immagini può essere considerata un'allegoria sessuale: tuttavia, il fatto che l'inconscio abbia scelto per esprimersi una di queste immagini specifiche - si tratti della chiave, del bastone, oppure dell'ariete - ha un significato di gran lunga più importante. Il problema è quello di capire perché la chiave sia stata preferita al bastone, o il bastone all'ariete. In alcuni casi ciò può portare a scoprire che il punto centrale
della rappresentazione non è l'atto sessuale ma qualcos'altro di diversa portata psicologica.
Seguendo questo corso di ragionamenti arrivai alla conclusione che per interpretare il sogno si deve utilizzare solo il materiale di esso che è chiaramente e visibilmente disponibile. Il sogno ha i suoi limiti: la sua stessa costruzione ci dice che cosa gli appartiene e che cosa non gli appartiene di fatto. Mentre la «libera» associazione distoglie dallo studio del materiale secondo una linea a zigzag, il metodo da me elaborato assomiglia di più a un'indagine circolare il cui centro è rappresentato dall'immagine del sogno. Io lavoro intorno a queste immagini e trascuro qualsiasi tentativo che l'autore del sogno compia per distogliersene.
Progressivamente, a varie riprese, durante il mio lavoro professionale ho dovuto ripetere la frase: «Torniamo al vostro sogno. Che cosa diceva il vostro "sogno"?»
Ad esempio un mio paziente sognò una donna dall'aspetto volgare, ubriaca e scarmigliata. Nel sogno questa donna era identificata con la moglie, benché nella vita reale quest'ultima fosse del tutto diversa. In apparenza, quindi, il sogno era del tutto falso e il paziente lo rifiutava come una sciocca fantasticheria. Se io, come medico, gli avessi consentito di seguire un processo associativo, egli avrebbe inevitabilmente tentato di tirarsi il più lontano possibile dalla spiacevole suggestione del sogno. In tal caso egli sarebbe approdato a uno dei suoi complessi fondamentali - un complesso che probabilmente non avrebbe avuto nulla a che fare con sua moglie - e io non avrei appreso nulla intorno al significato particolare del sogno.
Qual era perciò il significato riposto di questo inconscio tentativo? Evidentemente esso esprimeva in qualche modo l'idea di una femmina degenerata, che era intimamente connessa con la vita dell'individuo; ma poiché la proiezione di quest'immagine sulla persona della moglie era ingiustificata e falsa in maniera palese, io dovevo cercare altrove il significato di questa immagine repellente. Nel Medioevo, molto tempo prima che i fisiologi dimostrassero che, a causa della nostra struttura ghiandolare, noi possediamo elementi sia maschili che femminili, si diceva che «ciascun uomo porta una donna dentro di sé». E' questo elemento femminile presente in ciascun maschio che io ho definito «anima».
Questo aspetto «femminile» costituisce essenzialmente una specie di rapporto inferiore verso l'ambiente circostante, e in particolare verso le donne, che viene mantenuto accuratamente nascosto sia agli altri che al soggetto medesimo. In altre parole, benché la personalità dell'individuo si mostri apparentemente normale, essa può tentare di nascondere agli altri - o addirittura al soggetto stesso - la deplorevole «presenza della donna nell'individuo».
Questo era il caso del paziente in esame: il suo lato femminile non era gradevole. Il suo sogno sostanzialmente esprimeva quanto segue: «Sotto certi aspetti ti comporti come una femmina degenerata», e di conseguenza il soggetto subiva una violenta emozione. (Naturalmente un esempio di questo tipo non deve essere preso come prova di qualche specie di imperativo «morale» inconscio. Il sogno non suggeriva al paziente di «comportarsi meglio», ma cercava semplicemente di controbilanciare il lato squilibrato della mente conscia secondo il quale il paziente era fittiziamente un perfetto gentiluomo.) E' facile capire per quale ragione coloro che sognano tendono a ignorare o perfino a negare il messaggio dei loro sogni. Naturalmente la coscienza si oppone a tutto ciò che di inconscio e di sconosciuto può esistere. Ho già sottolineato il fatto che presso i popoli primitivi esiste un profondo e superstizioso timore delle cose nuove, ciò che gli antropologi definiscono «misoneismo». I primitivi manifestano contro gli eventi sfavorevoli reazioni simili a quelle degli animali selvaggi. L'uomo «civile» reagisce verso le idee nuove più o meno nello stesso modo, erigendo barriere psicologiche capaci di proteggerlo dall'emozione di fronteggiare realtà insolite. Ciò può essere facilmente osservato nelle reazioni che qualunque individuo esprime nei riguardi dei propri sogni quando si trova costretto ad ammettere un pensiero particolarmente fastidioso. Molti precursori nel campo della filosofia, della scienza e della letteratura sono stati vittime dell'innato conservatorismo dei loro contemporanei. La psicologia è una delle scienze più giovani: poiché cerca di affrontare il problema dell'inconscio essa si è trovata inevitabilmente di fronte a una fortissima reazione misoneistica.
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